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24 giugno 2021

DALL’EMERGENZA ALL’URGENZA: TRA WELFARE, OCCUPAZIONE FEMMINILE E ACCOGLIENZA

La mia intervista a Piazza Grande - Giornale di Strada

 

 

 

Grazie mille a Piazza Grande - Giornale di strada per l'intervista con Selene Brunetti e Andrea Giagnorio con i quali ho fatto una bellissima (almeno per me!) chiacchierata sul welfare presente ma soprattutto futuro a Bologna.

Per gli amanti del genere, il testo integrale dell'intervista ma soprattutto: abbonatevi a Piazza Grande!!!
DOMANDA: La gestione della pandemia ha evidenziato delle differenziazioni nel trattamento dei lavoratori considerati essenziali dagli altri, come quelli dei servizi pubblici in appalto (centri di accoglienza, comunità per minori, rsa etc.), che oltre a non essere stati inseriti nel piano vaccinale non hanno usufruito degli altri diritti, come il bonus baby-sitter, i congedi parentali e il bonus in busta paga. Come pensa siano stati gestiti questi temi a Bologna?
RISPOSTA: Il fatto che questo tema non sia di competenza comunale è un presupposto decisivo. Quando è iniziata la campagna vaccinale è emersa l’ipotesi di portare avanti le categorie più esposte ed io ho espresso l’idea che dopo il comparto sanitario si sarebbe dovuto vaccinare gli insegnanti e chi lavora in prima linea nel sociale. Ad oggi rimango di questa opinione perché li ritengo lavoratori essenziali e un primo fronte di contatto umano con le persone. Poi però abbiamo dovuto bloccare questa idea perché il governo ha deciso di procedere per classi di età. Credo che la logistica di arrivo e i problemi di approvvigionamento dei vaccini abbiano reso tutto più complesso facendo cambiare in corsa il paradigma di organizzazione. Ritengo comunque che l’istanza fosse giusta e aggiungo che negli ultimi anni il lavoro sociale e di prossimità sia stato fondamentale ma allo stesso tempo sottovalutato. Penso quindi che chi dovrà amministrare Bologna nei prossimi anni dovrà lavorare sul ridare una centralità ed una cornice al welfare e al lavoro sociale, che non può più essere visto come un costo vivo ma come un lavoro di costruzione della coesione sociale.
D: Lei si è occupata a lungo di diritti delle donne. La crisi causata dalla pandemia si è abbattuta in particolar modo sul tasso di occupazione femminile, che ha subito un brusco calo. Molte donne si sono licenziate perché gli impegni familiari si sono fatti troppo pesanti a causa della DAD e uno scarso supporto statale. Come si può recuperare questa situazione?
R: Non si tratta di arginare il problema in modo meccanico e quello che è accaduto non dovrebbe stupirci. La crisi sanitaria sta avendo degli effetti sui redditi sulle donne che sono comparabili con quelli delle altre crisi economiche. Non ci sono stati licenziamenti diretti, molte donne hanno fatto un vero e proprio passo indietro, riconoscendo di non farcela a gestire il lavoro e la famiglia. Perciò la prima istanza da rivendicare dovrebbe essere quella di smettere di combattere per riuscire a conciliare tutti gli impegni, l’approccio attuale del sistema non è equo e sostenibile e questo è stato dimostrato dal fatto che di fronte alla crisi sono state le donne ad abbandonare il lavoro. Questo è accaduto anche in un territorio come Bologna, dove l’occupazione femminile è molto alta ma la temporanea assenza dei servizi ha complicato le dinamiche familiari. Ritengo quindi che azioni puntuali per la riassunzione delle donne non risolvano il problema alla base, è necessario che un pezzo di lavoro di cura venga condiviso perché solo così si liberano le energie delle donne per reinserirsi nel mondo lavorativo.
D: Sul tema dell’accoglienza abbiamo visto che a Bologna c’è stato un impegno non indifferente negli ultimi anni. Permane ancora però un modello di accoglienza basato sulle grandi strutture, spesso isolate e che presentano diversi problemi. Cosa pensi di questo tema e come ti immagini la gestione di queste strutture nei prossimi cinque anni?
R: L’obiettivo più alto per chi si occupa di welfare è di stimolare le risorse che ogni persona ha per farle riprendere consapevolezza di sé come individuo nella società. Il modo in cui offriamo i servizi e progettiamo il tema dell’abitare è una conseguenza di questa visione. Qui si è fatto molto ma vorrei che si facesse di più in futuro, ripensando a nuove modalità di progettazione dell’abitare con il terzo settore. C’è bisogno di un ragionamento collettivo della città su questo argomento, perché il tema degli spazi non utilizzati e luoghi dismessi rimane uno dei temi più difficili per Bologna. Anche se questi spazi non sono di proprietà del comune e l’interlocuzione con i privati è complessa, bisognerebbe sedersi attorno ad un tavolo con i privati e il terzo settore e ragionare su nuovi bandi e nuove forme di gestione degli spazi nell’ottica di una integrazione sociale e di una responsabilizzazione verso l’abitare (penso al condominio di Scalo). La transizione abitativa va rivista anche in termini amministrativi, di nuovi criteri per l’ammissione negli alloggi per gli utenti fragili, in modo da creare percorsi di autonomia personale ed economica.
D: Il tema dell’accoglienza è strettamente legato anche a quello della collaborazione tra Stato, amministrazioni locali e Terzo Settore, dove quest’ultimo svolge ad oggi un ruolo centrale. Come si immagina il rapporto tra Stato e Terzo settore nel futuro in modo che da renderlo più efficiente e vicino ai bisogni della società?
R: La sentenza della corte su questo tema dà una visione molto precisa di come dovrebbero essere impostati i rapporti tra pubblico e terzo settore in futuro. L’amministrazione pubblica deve avere il coraggio di evolvere in un contesto sociale in fermento, agire sull’onda dell’emergenza fa in modo di lavorare sempre in un’ottica di soluzione del problema ma tralascia la cornice di progettualità che si potrebbe attuare con il terzo settore. Tutti noi dobbiamo mettere in gioco quella che è sempre stata la consuetudine per lavorare con l’obiettivo di focalizzarsi dall’emergenza all’urgenza, per perseguire nuovi obiettivi su cui lavorare assieme. Gli obiettivi non devono essere solo politici, dobbiamo anche pensare a nuovi strumenti amministrativi, senza i quali non ci sono risultati. Politica e terzo settore dovrebbero rivedere il loro modo di collaborare senza vedersi antagonisti, avendo chiaro e rispettando le diverse competenze e ruoli. La parola chiave per il futuro è proprio coprogettazione, che si ottiene quando tutti cedono un pezzetto per fare tutti un passo avanti.
D: La comunicazione della Regione sugli abbonamenti gratuiti ai senza dimora ha suscitato molte critiche. Quanto pensa sia importante comunicare e spiegare ai cittadini le istanze di welfare che si portano avanti?

R: È fondamentale far capire ai cittadini che non usufruiscono di determinati servizi che le azioni di welfare vanno anche a loro vantaggio perché tramite queste si costruiscono il benessere della comunità, la tenuta sociale e la convivenza tra le persone. È necessario spiegare il senso delle azioni che si portano avanti anche per cercare di dare una risposta alla rabbia e alla frustrazione di parte della popolazione. La rabbia sociale va affrontata con una educazione alla comunità, così da non scivolare in una cornice securitaria e repressiva dei fenomeni degenerativi. A dicembre è stato approvato un mio ordine del giorno in cui ho chiesto di prevedere risorse dedicate affinché gli operatori del terzo settore facciano un lavoro di comunicazione verso la cittadinanza sul lavoro che stanno svolgendo, che abbiamo chiamato clausole di solidarietà e educazione alla comunità. Questo per far capire ai cittadini l’importanza del lavoro sociale e la necessità di investirci sempre più risorse in futuro.